Dacci oggi il nostro pane, all’ora giusta

Il filone culturale della new age, oltre ad aver partorito mostri orrendi ma anche un invito alla coscienza di sé, ha ripreso il vecchio e sensatissimo adagio secondo il quale “noi siamo quello che mangiamo”. Nulla da eccepire. Si tratta, semmai, di interpretare.

Un neofita della macrobiotica più intransigente si mostrava addirittura sdegnato al pensiero che qualcuno potesse bere latte di mucca, sostenendo che in quel modo si aveva la garanzia di diventare ottusi come la povera bestia dalla quale veniva spremuto via. Ma con me, che pure sono in buona misura d’accordo sulla necessità di evitare quell’alimento, è rimasto bovinamente incapace di obiettare quando, nel suo sforzo di valorizzare il latte d’asina, gli ho chiesto se non c’era il rischio che ai piccoli umani nutriti con quello si allungassero le orecchie.

Altra scena, ugualmente vera, in un ristorante vegetariano. Donna giovane di aspetto macilento e infervorato, a colloquio con un tizio appena conosciuto e con il quale spera di innescare una trattativa interumana che la porti ad avere finalmente una storia sentimentale, ma comunque entusiasta di portare ben alta la propria bandiera salutista da poco issata: “Ho letto delle cose interessantissime a proposito del cavolo crudo, e le ho subito potute confermare su me stessa: non sai quanto soffrissi di (e una sfilza di malanni), prima; ma da quando lo consumo con regolarità va mooolto meglio!”
Lui, tra l’incuriosito e l’imbarazzato per questa quasi aggressione, desideroso di esprimere qualcosa di carino: “A me piace molto anche il cavolo cotto.” Lei, stravolta dall’impeto dello scandalo: “Ma è sbagliaaaato! Il cavolo cotto fa malissssssimo!” La scena si conclude nel gelo, ma i due sono ormai seduti al grande tavolo comune e dovranno escogitare un qualche artificio per sopravvivere al disagio; io, intanto, mi sono già allontanato per pietà…

Terza scena, in una pizzeria. Un uomo di piccoli affari ha appena ultimato il suo piatto di pasta, consumato alla velocità del suono, e brandisce il coltello per aggredire una gigantesca braciola di maiale senza mai smettere di parlare con il suo compagno di tavolo. Io lo osservo con preoccupazione, perché non credevo possibile per un umano ingoiare bocconi carnei dopo uno o due colpi di masticazione, sospinti invero anche grazie ad un’impressionante quantità di vino. Intanto, mi giungono alle orecchie mezze frasi del suo stato di salute, sempre più scadente. Mosso da autentico altruismo vorrei alzarmi e, con il debito garbo, suggerirgli una modalità meno belluina di nutrirsi; ma capisco che non avrei il minimo carisma, e mi ritiro pensando tristemente al destino infelice che gli umani si autoimpongono.

Che dire del cibo? Anche su questo argomento si è già scritto fin troppo, ben al di là della decenza.
Eppure E’ VERO che noi siamo frutto delle scelte alimentari stabilite dal nostro modello culturale.
Allora cercheremo qui di semplificare, anche se per farlo ci tocca parlare di cose molto complicate.

La nostra struttura corporea suggerisce un passato di fruttariani. La statura eretta dei nostri antenati preagricoli consentiva loro di accedere con una certa facilità ai rami bassi degli alberi; il buon uso delle mani permetteva di raspare il terreno alla ricerca di tuberi; la presenza di canini pochissimo sviluppati e di molari ben rappresentati suggerisce ancora oggi un’idoneità a masticare cibi vegetali; il succo gastrico decisamente meno acido di quello degli animali carnivori sembra esserne una conferma; e così l’intestino lungo, incapace di smaltire rapidamente le molte scorie tossiche di un pasto animale ma adatto ad assimilare con più pazienza le proteine vegetali, meno ricche di principi nutrizionali.
Nel momento in cui, per sovrappopolazione o desiderio di conoscenza o chissà che altro, gli umani dell’epoca si sono allontanati dalla loro regione d’origine (verosimilmente l’attuale corno d’Africa, che a quei tempi era rigogliosissimo) e hanno affrontato la prima carenza del loro cibo abituale, complici le glaciazioni, si saranno ingegnati a consumare dell’altro pur di sopravvivere. E magari si assisteva a scene paradossali: “Puah, caviale! Potessi avere una bella radice di rafano, ancora sporca di terra…”

La fame, anche noi figli del superfluo lo sappiamo o perlomeno lo possiamo intuire, è una gran brutta cosa, e fa scendere a qualunque compromesso. Come il ghiotto scarpone cucinato da Charlie Chaplin ne La corsa all’oro, o il tortino di nevischio di Woody Allen in Amore e guerra, senza tralasciare il disperato contadino medioevale che, secondo Dario Fo, si rigurgita l’intestino e poi se lo rimangia, finalmente appagato.
Dunque, si può ben capire come l’uomo sia passato di buon grado dalla sua dieta tradizionale a quella anche carnea o di cereali cucinati; e nel corso dei millenni un qualche adattamento a queste novità ci sarà pure stato, anche se i tempi genetici sono molto più lenti di quelli che l’intelletto umano è in grado di comprendere.
Pertanto, tranquilli: non vi sto certo per proporre di tornare a mangiare soltanto bacche e radici. Ma una certa attenzione ai parametri biologici non sarebbe una cattiva idea, per esempio riducendo le proteine animali in favore di quelle vegetali mediamente molto più salutari; e, in un’ottica di rispetto, questo sarebbe anche un buon modo per dare da mangiare a tutti perché i campi coltivati per nutrire il bestiame, cioè le future bistecche, sono molto meno produttivi di quelli che elargiscono direttamente cibo per l’uomo in forma di legumi o frutti secchi oleosi (già, una manciata di nocciole è un’ottima pietanza). Con il surplus della nostra produzione agricola, riorientata ai legumi, si potrebbe sfamare l’umanità sofferente nel giro di una sola stagione!

Complichiamoci un altro po’ la visione del problema attraverso alcune scoperte della medicina, in particolare sui bioritmi metabolici.
L’organismo va incontro a una fisiologica “oscillazione circadiana del pH”: il concetto non è soltanto medico, ma riguarda la biologia e la fisica-chimica; un po’ come dire che sempre la scienza si trincera dietro i paroloni.
In sostanza, il sangue e i tessuti vanno incontro a variazioni che tendono verso una leggera alcalinità nella prima parte della giornata e verso una leggera acidità nella seconda parte. Mediamente, sono alcalinizzanti tutti i vegetali freschi (compresi gli agrumi che hanno sì una reazione chimica acida, ma con un prodotto metabolico finale alcalino), e poi in un crescendo di acidificazione vengono i cereali non lavorati, le proteine vegetali e i cereali brillati, per finire con le proteine animali, i dolciumi, gli alcolici, tutti fortemente acidificanti.
Un altro bioritmo ben conosciuto riguarda l’ACTH, acronimo inglese per indicare un ormone prodotto dall’ipofisi e capace di favorire una produzione più generosa di insulina durante la tarda mattinata, come risposta alla produzione di ormoni corticosurrenalici (voce fuori campo: “uffa, basta con questo Latinorum della scienza!”): i cereali, così importanti nell’alimentazione di tutti gli umani, verranno pertanto più rapidamente ed efficacemente assimilati senza danno se assunti a metà giornata.
Ci tocca un’altra orrenda sigla: il GH è l’ormone che indirizza le proteine appena digerite e assimilate verso la produzione di struttura (ossa, muscoli, fibre nervose) anziché di energia (compito che viene meglio svolto dai cereali, con minore accumulo di scorie tossiche). La massima produzione di questo ormone avviene verso sera.

Non si tratta di demonizzare, come faceva la nostra vegetariana integralista; ma viene intuitivo offrire all’organismo degli alimenti che rispettino questi bioritmi, no?
Allora il cibo ideale della prima parte della giornata dovrebbe consistere in vegetali: non è difficile riabituare il corpo a consumare soltanto frutta, anche in grande quantità, a colazione.
E poi i cereali, meglio non raffinati, insieme con le verdure costituiscono un ottimo pranzo.
Le proteine, di nuovo con tutte le verdure che vogliamo, si riservano al pasto serale.
In questo modo si garantisce una buona assimilazione di tutti i principi nutritivi, senza affaticare l’organismo.
E non c’è niente di “alternativo” in tutto ciò: queste informazioni sono il frutto delle ricerche in gastroenterologia, endocrinologia, cronobiologia.

C’è un ultimo elemento di educazione sanitaria che non possiamo tralasciare. Proprio perché non siamo originariamente consumatori di cibi complessi, dobbiamo perlomeno offrirli ai nostri succhi digestivi nella maniera più idonea. Cioè dobbiamo masticare, molto. Frequentemente questa sola misura di igiene è in grado di risolvere problemi intestinali, cutanei, respiratori, di vecchia data e fastidiosissimi: provate.
E’ mia consuetudine chiedere ai pazienti un resoconto scritto di ciò che mangiano e bevono nell’arco di una normale settimana di vita, per poi discuterne insieme i risultati: molto spesso il solo fatto di trascrivere è già terapeutico, perché si rendono autonomamente conto delle schifezze ingurgitate in buona fede!

Per saperne di più

Il testo di questa pagina
è tratto da “La malattia ha le sue buone ragioni, ma le si può far cambiare idea”.
Un tuffo negl’inciuci che l’organismo intesse per sopravvivere e stare il meglio possibile.
Un viaggio un po’ disorientante (e nel contempo rassicurante) nei meandri del funzionamento umano, fisico e psichico.

AUTORE
Mario Frusi

SPECIFICHE TECNICHE
267 pagine
Formato 21 x 15

EDITORE
Edizioni Tecniche – Graphedit

CODICE ISBN
978-88-905430-6-7

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