Il benessere posturale

Il ribilanciamento corporeo come via alla totalità

È da circa un secolo che l’occidente ha scoperto la riabilitazione posturale come espediente per intervenire sulle patologie più disparate. Al di là della fisiokinesiterapia di impronta più strettamente ortopedica personaggi come Alexander, Bertherat, Rolf, FeldenKrais, Mézières, il mio compianto maestro di medicina Flaminio Brunelli e altri ancora hanno strutturato delle metodiche in grado di intervenire radicalmente in ambiti patologici ben diversi da quelli soltanto ortopedici. Già Alexander notava con quanta efficacia l’apprendimento di una corretta postura del capo riuscisse a influenzare favorevolmente la depressione psichica.
 
Mancava però, ai metodi del passato, la spiegazione scientifica della loro efficacia, per comprendere la quale occorre esprimere qualche concetto di neuro-fisiologia.
 
La colonna vertebrale, oltre ad essere la struttura ossea portante dell’organismo, contiene il midollo spinale che è una diretta prosecuzione del cervello verso il basso; al suo interno prendono forma le fibre nervose.
Negli spazi compresi tra una vertebra e l’altra fuoriescono i grandi nervi che gestiscono la sensibilità e la capacità di muovere i muscoli, nonché i piccoli e sparsi filuzzi del cosiddetto sistema neurovegetativo, il quale controlla tutte le funzioni automatiche: oggetto del nostro interesse è sopratutto la funzione “vasoregolatoria di microcircolo”, cioè la gestione del flusso sanguigno diretto a una determinata zona, per esempio una micro-ghiandola mammaria oppure un tratto di muscolatura intestinale (anche questa non gestita dalla volontà cosciente, come accade invece per i muscoli che si aggrappano alle ossa e ci permettono il movimento).
In condizioni normali il cervello emette un segnale che richiede semplicemente di essere trasmesso lungo la fibra, vero e proprio cavo elettrico funzionante a microvoltaggio.
Un grande nervo pinzato da un’ernia del disco scatena una patologia dolorosa (per esempio la sciatica) o di deficit del movimento. Quando il danno non sia così grave, ma produca soltanto una spinta disturbante sulla fibra, si avranno tutte le patologie ortopediche “minori” (non certo per chi ne è affetto ma per la gravità, almeno iniziale, del danno che comportano): dolori cervicali, cefalee muscolo-tensive, periartrite scapolo-omerale, sindrome del tunnel carpale, lombaggini e simili.
 
Dal canto suo, la piccola fibra neurovegetativa può venire influenzata da eventi meccanici ancora meno importanti: le è sufficiente un piccolo disassamento delle vertebre, dal cui spazio intermedio fuoriesce per dirigersi verso un certo distretto corporeo. Così disturbata potrà cortocircuitare il segnale nervoso, perdendo cioè il suo ruolo di trasmettitore imparziale per diventare un produttore in proprio di messaggi potenzialmente in grado di alterare la funzione dell’ organo sottoposto alla sua giurisdizione.
Non è ora difficile comprendere come un minimo ma duraturo disassamento vertebrale (il “difetto intervertebrale minore” o DIM degli  osteopati francesi) sia in grado di scompaginare un microcircolo.
Il risultato è facile da immaginare: una ghiandola, per esempio quella mammaria, ricevendo più sangue e sostanze nutrienti inizierà a produrre molto più materiale da secernere, o viceversa se il flusso di sangue anziché incrementato viene ridotto; un tratto di muscolatura intestinale potrà essere stimolato in eccesso, o al contrario inibito. Mantenendo questi esempi si potrà giungere a veri noduli mammari e a “colite” con accelerazione (o, al contrario, rallentamento) del transito intestinale, spasmi dolorosi e via dicendo.
 
L’ interesse per questo approccio ha quasi la stessa vastità della sofferenza umana: vertigini, cefalee, nodulazioni tiroidee, disturbi mestruali, danni alle articolazioni (artrosi), alterazioni della circolazione arteriosa, calcoli al fegato o ai reni, persino disturbi mentali (anche il cervello riceve sangue all’incirca in questo modo, e può conseguentemente variare la propria funzione!), tutto questo e altro ancora può essere influenzato dai DIM.
Ne deriva l’importanza di restituire all’organismo un corretto bilanciamento posturale, in modo che i segnali neurovegetativi disturbanti vengano meno.
 
E’ difficile però stabilire quanto grande possa essere l’importanza del DIM.
Anche se, per esempio, un gruppo di ragazze venisse addestrato alle tecniche posturali per verificare quante di loro, dopo cinquanta anni, svilupperanno un fibroma uterino rispetto a un altro gruppo analogo ma non allenato al riequilibrio posturale (considerando anche la tremenda difficoltà di gestire una ricerca così complessa e duratura), resterebbero in causa troppi altri fattori al momento incontrollabili.
Men che meno siamo in grado di dimostrare che un settantenne affetto da artrosi dell’anca possa ricuperare una buona elasticità, perché i tempi di rimaneggiamento articolare per ritornare alla normalità con una tecnica posturale sono certo più lunghi del resto della sua vita.
 
Ma seguiamo il criterio teorico: che motivo di logoramento precoce dovrebbe mai avere un’ articolazione quando i muscoli che la governano funzionano bene? E allora, se è stata lesionata dal cattivo utilizzo, perchè mai la riprogrammazione in buon utilizzo non dovrebbe essere in grado di riplasmarla  secondo i canoni di natura?
 
Pertanto questo approccio non si può basare, allo stato attuale delle cose, soltanto sui grandi numeri della statistica bensì sul fine ragionamento fisio-patologico, a sua volta incentrato sullo studio approfondito del singolo individuo.
 
Come si diceva nell’elenco iniziale i metodi di lavoro posturale sono svariati, e nel luogo in cui vivete non dovrebbe essere troppo difficile trovare un medico, un osteopata, un naturopata praticanti.
 
Il settore più rapidamente influenzato è quello reumatologico, con miglioramento soggettivo a volte già dopo la prima seduta.
Per arrivare a modificare le situazioni più profonde occorre che l’ atteggiamento posturale, cioè  in sostanza la cattiva abitudine acquisita dal muscolo, venga corretto dall’ esercizio, quindi con tempi decisamente più lunghi. Ma l’ importante non è arrivare a correggere la struttura danneggiata, impresa ovviamente titanica, bensì interrompere la funzione perversa e consentire ai circuiti autoregolativi di riprendere il controllo.
Non è sbagliato affermare che questi metodi “non curano nulla” ma si limitano a rimuovere gli stimoli disturbanti, consentendo alla natura di riprendere il suo corso…
 
Sarebbe auspicabile che nel bagaglio culturale del terapeuta entrasse anche la attenzione posturale: un sapiente colpo d’ occhio potrebbe fornire un immediato inquadramento diagnostico ed evitare inutili peregrinazioni tra laboratori di analisi e centri di radiologia, nonché fornire i mezzi per evitare che un disturbo banale, tenuto a bada con sintomatici, evolva “ineluttabilmente” verso il danno cronico – cioè molto più grave.

Per saperne di più

Il testo di questa pagina è
stato scritto da Mario Frusi, rimaneggiando un articolo scritto nel lontano 1992 per una rivista di “medicina alternativa”.